I PALADINI DELLA NATURA: ALBERTO CURAMIL, IL MAPUCHE CHE SALVÒ I FIUMI

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Alberto Curamil è uno dei vincitori del Goldman environmental prize, che nel 2019 ha raggiunto la sua trentesima edizione: il premio, noto anche come Nobel per l’ambiente, viene conferito ogni anno a sei persone che lottano per la tutela dell’ecosistema naturale. Oltre a lui, quest’anno sono stati premiati l’attivista statunitense Linda Garcia, la neozelandese Jacqueline Evans, la biologa macedone Ana Colovic Lesoska, l’insegnante mongola Bayarjargal Agvaantseren e l’avvocato liberiano Alfred Brownell. Nelle prossime puntate della rubrica I paladini della natura scopriremo come ciascuno di loro ha contribuito a rendere il nostro pianeta un posto migliore.

IL RAPPORTO DEI MAPUCHE CON LA NATURA

Alberto Curamil, 45 anni, è un indigeno Mapuche, popolo ancestrale originario della Patagonia, nella punta più a sud dell’America latina. Nato e cresciuto in una comunità indigena della regione dell’Araucanía, nel Cile centrale, ha da sempre venerato la potente natura che lo circondava: secondo i Mapuche, il cui nome significa proprio “popolo della Terra”, tutti gli alberi, le montagne e i fiumi sono sacri. Tra questi anche il fiume Cautín, che scorre proprio nella regione dell’Araucanía, minacciato da due progetti di costruzione di centrali idroelettriche per la produzione di energia.

I DANNI CAUSATI DALLE CENTRALI IDROELETTRICHE

Una delle centrali contro cui lottò Alberto Curamil

I progetti delle due centrali idroelettriche sono stati da subito osteggiati dagli indigeni Mapuche: oltre al fatto che il fiume Cautín è da loro considerato sacro, quegli impianti avrebbero deviato ogni giorno centinaia di milioni di litri d’acqua, causando gravi danni all’ecosistema naturale, aggravando la situazione di siccità e danneggiando la flora e la fauna locale. Questo avrebbe reso molto più difficile la vita degli indigeni e delle comunità locali.

LA LOTTA DI CURAMIL

Il fiume per cui lottò Alberto Curamil

Curamil ha deciso di dedicare la sua vita a combattere la costruzione delle due centrali idroelettriche. La sua forza è stata quella di riuscire a includere nella lotta Mapuche anche membri di altre comunità, avvocati, organizzazioni ambientaliste e accademiche, creando un fronte ampio e forte contro la costruzione degli impianti idroelettrici. Negli anni ha organizzato proteste, marce e blocchi stradali, e nel frattempo ha chiesto a università e ong di valutare l’impatto ambientale e sociale di quei progetti, ottenendo così dati inconfutabili sui potenziali danni alla natura e al suo popolo.

Per essersi opposto a grandi interessi economici, Curamil è stato ostacolato duramente: nel 2014 la polizia lo ha arrestato con l’accusa di condotta disordinata, picchiandolo e ferendolo gravemente al volto. In quell’occasione le forze dell’ordine avrebbero aggredito anche la moglie, che all’epoca era incinta.

LA VITTORIA DEI MAPUCHE

Uno dei fiumi difesi da Alberto Curamil

Uno dei fiumi difesi da Alberto Curamil

Dopo aver superato tanti ostacoli, Curamil e la comunità Mapuche sono riusciti a vincere: nel 2016 le istituzioni cilene hanno deciso di bloccare la costruzione delle centrali idroelettriche e alla fine dell’anno i progetti sono stati ufficialmente abbandonati.

Nel 2018, però, è arrivato il colpo di scena: Curamil è stato arrestato dalla polizia cilena con l’accusa di aver partecipato a presunte attività criminali. Attualmente si trova in prigione, tanto che quest’anno il Goldman environmental prize è stato ritirato dalla figlia. Secondo molti, in realtà sarebbe stato incarcerato per fermare la sua lotta per la tutela dell’ambiente e della natura.

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