I COLORI DI CAMILLA. E VEDO-NON VEDO LA VITA IN ROSA

Mi chiamo Camilla, sono una blogger non vedente.

Anche se non vedo, penso a colori. Mi è sempre piaciuto vivere in rosa, guidata dalle note de La Vie en rose di Edith Piaf. Sin da piccola, ho amato il rosa. Rosa, per esempio, era la borsa della mia babysitter: la chiamavo la borsa magica, era una sacca molto grande piena di giocattoli.  

Vedevo rosa ovunque, anche dove non esisteva, persino l’arcobaleno, paradossalmente, era rosa per me. Era rosa il fiore poggiato sul comodino di mia nonna Lucia accanto alla foto di mio nonno Rino, il mio grembiule con cui andavo all’asilo, il mio vestito preferito, con la gonna a palloncino e le balene disegnate sopra. Rosa era il colore dell’alba, qualche volta anche del tramonto. Rosa come la maglia di Marco Pantani quando vinceva, come la pesca noce che mi impiastricciava le mani le sere d’estate.  

Frequentavo la terza elementare alla scuola di Cisterna, la cittadina in provincia di Latina dove sono cresciuta.  Un giorno, la maestra Patrizia ci chiese di assegnare un colore a ogni regione italiana. Non ebbi dubbi: per me era la Sardegna a meritarsi il mio amato rosa. Per un semplice motivo: era la destinazione del mio primo viaggio in aereo. Era novembre, con mamma e papà eravamo in volo verso Tempio Pausania per visitare l’azienda agricola di Fabrizio De André, cantautore che ho sempre amato.   

Una casa in rosa

Oggi mi appoggio su quei ricordi quando penso ai colori. Così, il mio piatto preferito è rosa come il fiore che la nonna teneva sul comodino, la mia tazza della colazione è rosa come il grembiulino, la gonna plissettata è rosa come la borsa di Anna. La borsetta delle grandi occasioni è rosa Sardegna. A ogni colore cerco di abbinare una sensazione precisa: un ricordo, un odore, un sapore, un tessuto. Immagino, creo un gioco sinestetico. Non è semplice, per me, dire concretamente cosa penso quando penso a un colore. Perché anche se non lo vedo, io so che c’è. È lì. Allora lavoro di fantasia, di immagini. 

È come se chiedessi a una persona vedente com’è un Mammut. Nessuno l’ha visto, eppure tutti lo conoscono: ognuno gli attribuisce le caratteristiche che ritiene più appropriate, vecchie reminiscenze di libri di scuola, nuovi riferimenti legati ai personaggi dei film d’animazione. E a quell’immagine tutti legheranno altri dettagli: dove vive? Cosa mangia? Così facendo, si perfezionerà un’idea – personalissima – di Mammut. Ecco, così faccio anche io: gioco con i colori e li scelgo, li avvicino e li trasformo, seguendo l’istinto. E così nascono i miei abbinamenti. Il rosa con il nero, oppure con il bianco o il verde, pensando alle tonalità come a pezzi di un puzzle: quello della mia vita, quello che mi ha portato a essere quello che sono. 

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